IL CASO ALBANESE E D’ORSI
di Linda Santilli

In Italia esprimere un pensiero non allineato richiede sempre una premessa assolutoria. Per dire che si è contrari ad armare Zelensky bisogna assicurare di non essere filo-Putin; per denunciare che molti giuristi parlano di possibili atti genocidari a Gaza bisogna precisare di non essere antisemiti; per dire che la Russia non è il nostro nemico serve prima negare ogni sospetto ideologico. È un rituale soffocante che trasforma la complessità in colpa. E in questo clima figure come Francesca Albanese, Relatrice Speciale dell’ONU, e lo storico Angelo D’Orsi diventano bersagli: colpevoli di non inginocchiarsi davanti alla narrazione unica.
Il dibattito pubblico si è ridotto a un tribunale che non analizza ma giudica. È la versione contemporanea del pensiero bellico che ritorna in ogni fase di conflitto: accadde dopo l’11 settembre, accade oggi con Ucraina e Palestina. Eppure basterebbe rileggere la Carta ONU: interrogarsi sull’escalation armata non è propaganda, è legalità internazionale. Papa Francesco, ricordando che “la NATO abbaia alle porte della Russia”, invita a capire le cause dei conflitti, non a giustificarli. Senza dialogo l’Europa scivola verso un baratro che qualcuno irresponsabilmente alimenta.
Sul fronte israelo-palestinese, le denunce delle ONG, dei giuristi e della Corte Internazionale di Giustizia mostrano la gravità estrema della situazione che persiste ancora oggi, quando morti, fame, distruzione, occupazione e negazione dei diritti in terra di Palestina proseguono. Criticare politicamente la leadership israeliana è dunque pienamente legittimo. Ma chi lo fa viene delegittimato. Albanese viene dipinta come estremista non perché dica falsità, ma perché documenta. E poi, non dimentichiamolo, è una donna. E’ una strega.
D’Orsi subisce cancellazioni perché incarna ciò che ogni sistema intollerante teme: l’autonomia intellettuale.
Non è la prima volta che il dissenso diventa sospetto: accadde ai neutralisti del 1915, ai critici della NATO negli anni ’50, a chi contestò la guerra in Iraq. Accade oggi. Per questo va detto senza abiure: non voglio armare la guerra; la Russia non è il mio nemico; a Gaza si consumano atrocità che molti giuristi riconducono al genocidio; la responsabilità politica va accertata. Ogni voce censurata è un pezzo di democrazia che se ne va. Le idee non si eliminano, resistono, soprattutto quando qualcuno prova a farle tacere.

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