Spesso i sostenitori del Sì al Referendum del 22 – 23 marzo si appoggiano all’opinione del giudice Falcone.
Questo il passaggio di Falcone sulla separazione delle carriere:
“Un sistema accusatorio parte dal presupposto di un pubblico ministero che raccoglie e coordina gli elementi della prova da raggiungersi nel corso del dibattimento, dove egli rappresenta una parte in causa. Gli occorrono, quindi, esperienze, competenze, capacità, preparazione anche tecnica per perseguire l’ obbiettivo. E nel dibattimento non deve avere nessun tipo di parentela col giudice e non essere, come invece oggi è, una specie di para- giudice. Il giudice, in questo quadro, si staglia come figura neutrale, non coinvolta, al di sopra delle parti. Contraddice tutto ciò il fatto che, avendo formazione e carriere unificate, con destinazioni e ruoli intercambiabili, giudici e Pm siano, in realtà, indistinguibili gli uni dagli altri.
Chi, come me, richiede che siano, invece, due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’ indipendenza del magistrato, un nostalgico della discrezionalità dell’ azione penale, desideroso di porre il Pm sotto il controllo dell’Esecutivo.”
Data l’autorevolezza del parere, abbiamo sottoposto la questione al Comitato di magistrati “GIUSTO DIRE NO”.
Questa la risposta

1. Il contesto storico e normativo è sostanzialmente mutato. Falcone ha fatto queste affermazioni quando il nuovo codice di procedura penale (accusatorio) era appena entrato in vigore, e di fatto, purtroppo, non ha avuto modo e tempo di sperimentarlo concretamente.
2. I ruoli e le competenze di giudici e pubblici ministeri, attualmente, sono nettamente distinti e non intercambiabili: non sono più possibili passaggi da una funzione all’altra al di fuori di una sola volta nella prima fase della carriera.
Non era così ai tempi di Falcone, e di fatto meno dell’1% dei magistrati approfitta di questa possibilità.
3. L’altissimo tasso di assoluzioni (quasi il 50%) prova che in realtà non c’è appiattimento del giudice sul pubblico ministero.
4. Soprattutto, cosa più importante, il problema di questa riforma non è la separazione delle carriere: una falsa etichetta.
Per realizzarla era sufficiente intervenire nuovamente con legge ordinaria.
Allora perché riformare la Costituzione?
Perché il vero obiettivo è lo stravolgimento delle regole dell’autogoverno della magistratura, quel meccanismo disegnato dalla Costituzione per rendere effettive l’autonomia e l’indipendenza dell’ordine giudiziario.
Con ciò che ne consegue sul piano dell’alterazione dell’equilibrio tra i poteri dello Stato.
Vale a dire il rischio di controllo politico su giudici e pubblici ministeri:
il che significa minori possibilità di tutela per i cittadini che vengano a scontrarsi con poteri forti.
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A noi sembra chiarissimo perché è GIUSTO DIRE e VOTARE “NO”!


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