di Lavinia Marchetti
Assistere all’attuale psicodramma diplomatico orchestrato dal “Quai d’Orsay” evoca, in chiunque conservi un barlume di onestà intellettuale, quella sgradevole sensazione di déjà-vu tipica delle epoche in cui il dogma, sentendosi minacciato dalla complessità, decide di rifugiarsi nell’anatema, viviamo in un’epoca preilluministica. La Francia, autoproclamatasi perenne vestale dei diritti umani, ma oggi ridotta a zelante gendarme del conformismo atlantista, ha deciso di immolare sull’altare della realpolitica la figura di Francesca Albanese, rea di aver commesso il peccato mortale della nostra era: la descrizione della realtà.
LE PAROLE CHE HANNO CREATO L’ABNORME REAZIONE:
“Invece di fermare Israele, gran parte del mondo lo ha armato, gli ha dato scuse politiche, riparo politico, supporto economico e finanziario. Ora vediamo che noi, come umanità, abbiamo un nemico comune”
– Le sue parole, ha detto Barrot, “prendono di mira non il governo israeliano, di cui è consentito criticare la politica, ma Israele in quanto popolo è in quanto nazione” e “si aggiungono a una lunga lista di prese di posizione scandalose, come la giustificazione del 7 ottobre ma anche evocazioni della lobby ebraica o ancora paralleli tra Israele e il terzo Reich”. La Francia chiederà formalmente le dimissioni di Albanese al Consiglio dei diritti umani Onu il 23 febbraio, definendola “una militante politica che diffonde discorsi di odio”.
Il Ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot, con una protervia che scambia la miopia ermeneutica per un rabberciato senso morale da oscurantismo, ha tacciato di “oltraggio” le riflessioni della Relatrice Speciale ONU, la quale, nel solco del suo ultimo rapporto “From Economy of Occupation to Economy of Genocide”, ha osato squarciare il velo di Maya che avvolge le dinamiche del conflitto in Medio Oriente. Albanese non ha puntato l’indice contro un popolo, esercizio, quello sì, becero e degradante che i suoi detrattori le attribuiscono con un sofisma da dilettanti, bensì contro il “Sistema”, contro quell’ingranaggio ipertrofico di flussi finanziari, algoritmi de-umanizzanti e arsenali bellici che rende l’orrore palestinese un’impresa economicamente sostenibile, insomma un genocidio redditizio.
Ma si sa, per la politica francese di matrice macroniana, incapace di distinguere tra la critica alle strutture di potere e l’odio atavico, ogni analisi che non si risolva in un rassicurante binarismo morale deve essere necessariamente rubricata come “discorso d’odio”. Se non puoi confutare i dati sulla rete industriale che sostiene l’occupazione, allora distorci il significante, accusa l’interlocutore di antisemitismo e chiedine, con bava alla bocca, la defenestrazione.
Il prossimo 23 febbraio, il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite si trasformerà dunque nel teatro di una farsa grottesca. Una quarantina di deputati, guidati dalle vestigia del potere macroniano come Élisabeth Borne, la cui eredità politica brilla per una gestione altrettanto “democratica” delle piazze francesi, presenteranno la loro petizione per le dimissioni di una funzionaria la cui unica colpa è quella di non essere una docile passacarte.
Mentre il capitale finanziario banchetta sulle macerie e si dimena e si contorce tra i file di Epstein, mentre la tecnologia oscura il massacro in diretta, la Francia sceglie di dare la caccia all’eretica che osa chiamare le cose con il loro nome. È l’ultimo rantolo di una classe dirigente che, non avendo più nulla da dire al mondo in termini di giustizia, si dedica con dedizione feticistica alla distruzione di chi, ancora, si ostina a pensare. Che squallore, signori ministri, che sublime, insopportabile squallore.
Fonte: pagina Facebook di Lavinia Marchetti, 11 febbraio 2026


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