Rapito Maduro con una brillante operazione speciale, Trump cerca un compromesso con l’ala pragmatica dei suoi sostenitori, guidata da Delcy Rodriguez.
Ma la bipartizione etnico-economica del paese e le strutture militari e mafiose che lo dominano rischiano di porlo al bivio fra occupazione e ritirata
di Lucio Caracciolo

L’operazione militare speciale che il 3 gennaio ha permesso agli Stati Uniti di rapire il presidente del Venezuela Nicolás Maduro con signora e di attribuirsi la responsabilità di governare il suo paese, potremmo definirla un atto di pirateria.
Siamo in piena rivoluzione geopolitica su scala mondiale.
Tutti i potenti si sentono in lotta per la sopravvivenza, dunque autolegittimati a usare qualsiasi mezzo.
Il Venezuela è uno Stato di fatto binazionale: meticci, indigeni e africani, in maggioranza, rappresentati al vertice dai seguaci di Hugo Chávez e Nicolás Maduro, e bianchi di origine europea latina, specie italiana e iberica, all’opposizione, in decrescente minoranza. Molti di loro hanno abbandonato il paese negli ultimi decenni non tollerando la repressione e l’inefficienza dei chavisti/maduristi.
Sul piano economico, la partizione etnica si traduce nell’abisso fra la povertà dei primi e la relativa, talvolta esorbitante ricchezza dei bianchi.
Due mondi incomunicanti. I venezuelani di origine europea si considerano gli artefici della modernizzazione del paese compromessa dall’ignoranza degli indigeni, i quali ricambiano con l’accusa di bieco sfruttamento.
L’America non può governare direttamente questo Venezuela doppio e frammentato salvo arrischiare un’improbabile occupazione militare.
Il proclama di Trump va quindi interpretato.
Fine principale e immediato dell’operazione è mettere le mani sulle risorse petrolifere – massime riserve al mondo – e gasiere, oltre a litio, oro, diamanti di quell’Eldorado alle porte di casa che fino agli anni Ottanta si era meritato l’epiteto di Venezuela Saudita.
Più o meno indirettamente sorvegliata dalla Cia tramite fiduciari, quali il presidente Carlos Andrés Pérez.
Mala gestione e ruberie della cupola chavista, oggi madurista, e successive sanzioni americane hanno ridotto ai minimi termini quel tesoro.
L’unico modo per rimetterci le mani, svilupparle e appropriarsene è riportare i colossi energetici statunitensi in Venezuela.
Non potendo sostituire il governo di Caracas con un proprio plenipotenziario – la lezione dell’Iraq è ben presente alla Casa Bianca – resta l’opzione di costringere la fazione pragmatica dei neobolivaristi a un accordo capestro: vi lasciamo formalmente al potere ma voi fate quel che vogliamo noi, in campo sia energetico che geopolitico.
In altri termini, il petrolio è nostro come qualsiasi altra ricchezza dell’emisfero occidentale.
E soprattutto non deve andare alla Cina, che insieme alla Russia va estromessa dal nostro giardino di casa.
Questi sono i termini del compromesso in discussione da mesi fra l’ala pragmatica madurista, con al vertice Delcy Rodríguez, presidente ad interim, e il segretario di Stato Usa Marco Rubio, figlio di esuli cubani. Trump gli ha assegnato il ruolo di viceré del Venezuela, sicché un eventuale fallimento dell’operazione comporterebbe la squalifica di uno dei suoi possibili successori alla Casa Bianca.
Fuori gioco, per ora, Maria Corina Machado, esponente dell’estrema destra locale e usurpatrice secondo Trump del premio Nobel per la Pace.
Se il negoziato semisegreto fra Rodríguez e Rubio fallisse, le probabilità di un vuoto di potere con annessa guerra civile si farebbero concrete.
A quel punto Trump si troverebbe al bivio fra una rischiosissima “seconda ondata” stivali a terra e un’umiliante ritirata.
L’intervento Usa in Venezuela riguarda però tutto il mondo.
A cominciare dalle Americhe.
Il “corollario Trump” alla dottrina Monroe, ormai “Donroe”, prevede il dominio del continente panamericano, dalla Groenlandia alla Terra del Fuoco (in buona parte posseduta dall’amico argentino Javier Milei) con il diritto degli Stati Uniti di impedire che nelle Americhe penetrino potenze avverse.
Senza rinunciare allo strumento militare.
Del resto, l’anima imperiale del governo federale di interventismo vive. Avviandosi verso le celebrazioni dei 250 anni di indipendenza, gli Stati Uniti esibiscono un record di circa 240 fra guerre, guerrette e spedizioni di varia intensità in quasi ogni Stato del mondo.
E si tratta pur sempre di giustificare spese per la difesa pari a quelle delle altre dieci maggiori potenze riunite.
E mentre dalla Casa Bianca partono a raffica gli avvertimenti a Cuba, Messico, Brasile, Colombia, c’è chi legge nell’impresa di Caracas il via libera a Israele per dare il colpo di grazia all’Iran, altro partner del Venezuela.
Sullo sfondo, l’obiettivo di Trump resta una pace/non guerra contrattata con Pechino e Mosca, fondata sulla reciproca legittimazione delle rispettive sfere di influenza.
Dunque sulla proliferazione di conflitti per determinarle.
Sotto la soglia della terza guerra mondiale.
O per avvicinarvisi, senza volerlo?
Fonte: limesonline.com, 6 gennaio 2026

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