Condividiamo un documento del collettivo femminista iraniano “Roja” e invitiamo alla lettura: è una analisi che viene dalle femministe locali e che ci può salvare dall’uso strumentale delle donne in ogni occasione…

Un report di Roja sulla recente insurrezione di massa
Pubblichiamo la traduzione di un lungo articolo redatto da Roja, collettivo femminista e anticapitalista iraniano, curdo e afghano, con sede a Parigi, nato nel settembre 2022 sulla spinta dell’insurrezione esplosa in Iran al grido “Jin, Jiyan, Azadi” dopo l’omicidio di Jina (Mahsa) Amini da parte del governo patriarcale e teocratico della Repubblica islamica. Come racconta CrimethInc, che ha pubblicato il testo, il collettivo è animato da attiviste “provenienti da diverse nazionalità e geografie politiche interne all’Iran”, legate non solo ai movimenti sociali in Medio Oriente ma anche alle lotte sociali in Francia e a quelle internazionali a sostegno della Palestina. Il quadro delle insurrezioni iraniane restituito dalla loro analisi è quello di una crisi della riproduzione sociale e di un movimento di rivolta di lungo periodo, diffuso in maniera capillare sul territorio, nel quale si intrecciano lotte contro l’impoverimento dei salari, contro il dominio maschile e teocratico, contro l’oppressione razzista esercitata dal regime sulle minoranze curde e beluci.
Sono queste lotte che oggi sono minacciate dall’annuncio di Trump di un intervento militare “a sostegno dei manifestanti”. Come già le sanzioni internazionali comminate all’Iran sono state la leva per rafforzare l’oligarchia al potere e garantirle un vantaggio nella lotta di classe interna al paese, la nuova pulsione “imperialista” inaugurata dal governo statunitense in Venezuela è destinata a rafforzare la parte reazionaria e filo-monarchica dell’opposizione al regime, sostenuta anche da Arabia Saudita e Israele, a scapito di un movimento sociale le cui istanze di liberazione vanno al di là dei confini dell’Iran.
D’altra parte, secondo Roja, l’anti-imperialismo non basta se precipita nell’ottuso campismo che abbraccia la Repubblica Islamica come l’amico da sostenere contro il nemico americano, anche al prezzo di mettere a tacere l’insurrezione in corso per le strade dell’Iran o bollarla come “piccolo-borghese”. Per questo riteniamo importante questo contributo: non soltanto per rompere il silenzio a volte imbarazzato sull’Iran che circola anche in ambienti di movimento, ma anche per affermare chiaramente la nostra parte all’interno dello scontro in atto.
Se la logica della guerra e il suo linguaggio geopolitico finiscono per soffocare il movimento sociale, il “doppio assedio” che lo minaccia non lo sta, tuttavia, paralizzando. Mentre pubblichiamo questo testo, milioni di donne e uomini iraniani stanno sfidando la brutale repressione del governo e il suo tentativo di chiudere ogni comunicazione interna ed esterna con blackout mirati. Schierarsi con chi sta insorgendo è parte di quella politica internazionalista che Roja reclama: non l’internazionalismo degli Stati e dei governi, ma di un movimento sociale transnazionale che si oppone alla guerra contro il lavoro vivo che dilaga nel mondo. Un movimento che, come questo pezzo chiarisce, deve saper affrontare il nodo dell’organizzazione per rovesciare la pressione mortifera della logica di guerra in una politica di pace e libertà contro ogni forma di oppressione.
I. La quinta insurrezione dal 2017
Dal 28 dicembre 2025 l’Iran è nuovamente attraversato da una febbre di proteste diffuse. Gli slogan “Morte al dittatore” e “Morte a Khamenei” risuonano nelle strade in almeno 222 località, distribuite in 78 città e 26 province. Non si tratta solo di proteste contro la povertà, l’aumento vertiginoso dei prezzi, l’inflazione e l’espropriazione, ma di un’insurrezione contro un intero sistema politico marcio fino al midollo. La vita è diventata insostenibile per la maggioranza della popolazione — in particolare per la classe operaia, le donne, le persone queer e le minoranze etniche non persiane. Ciò dipende non solo dal crollo della valuta iraniana dopo la guerra dei dodici giorni, ma anche dal collasso dei servizi sociali di base, dai continui blackout, dall’aggravarsi della crisi ambientale (inquinamento atmosferico, siccità, deforestazione e cattiva gestione delle risorse idriche) e dalle esecuzioni di massa (almeno 2.063 nel 2025). Tutti questi fattori hanno contribuito a un peggioramento drastico delle condizioni di vita. La crisi della riproduzione sociale costituisce il fulcro delle proteste attuali, e il loro orizzonte ultimo è rivendicare migliori condizioni di vita.
Questa insurrezione rappresenta la quinta ondata di una catena di proteste iniziata nel dicembre 2017 con la cosiddetta “rivolta del pane”, proseguita con la sanguinosa insurrezione del novembre 2019 contro l’aumento del prezzo del carburante e l’ingiustizia sociale. Nel 2021 è stato il turno della rivolta degli “assetati”, iniziata e guidata dalle minoranze arabe. Questa ondata ha raggiunto un picco con l’insurrezione “Donna, Vita, Libertà” del 2022, che ha posto al centro le lotte per la liberazione delle donne e quelle anticoloniali delle nazionalità oppresse, come curdi e beluci, aprendo nuovi orizzonti. L’insurrezione attuale torna a mettere al centro la crisi della riproduzione sociale, questa volta su un terreno postbellico più radicale. Si tratta di proteste che nascono da rivendicazioni materiali che colpiscono, con sorprendente rapidità, le strutture del potere e l’oligarchia corrotta al governo.
II. Un’insurrezione assediata da minacce interne ed esterne
Le proteste in corso in Iran sono assediate da ogni lato, da minacce sia esterne sia interne. Il giorno prima dell’attacco imperialista statunitense al Venezuela, Donald Trump — sfoggiando un linguaggio di “sostegno ai manifestanti” — ha lanciato un avvertimento: se il governo iraniano “ucciderà manifestanti pacifici, come è sua abitudine, gli Stati Uniti d’America verranno in loro soccorso. Siamo pronti e armati”. È il copione più antico dell’imperialismo: usare la retorica del “salvare vite” per legittimare la guerra, come in Iraq o in Libia. Gli Stati Uniti continuano a seguire questo schema: solo nel 2025 hanno lanciato attacchi militari diretti contro sette Paesi.
Il governo genocida di Israele, che al grido di “Donna, Vita, Libertà”, aveva già attaccato l’Iran nella guerra dei dodici giorni, ora scrive in persiano sui social: “Siamo al vostro fianco, manifestanti”. I monarchici, braccio locale del sionismo — che si sono macchiati dell’infamia di sostenere Israele durante la guerra dei dodici giorni — cercano oggi di presentarsi ai loro padrini occidentali come l’unica alternativa possibile. Lo fanno attraverso una rappresentazione selettiva e una manipolazione della realtà, lanciando una campagna informatica volta ad appropriarsi delle proteste, falsificando e alterando gli slogan di strada a sostegno della causa monarchica. Questo rivela la loro natura ingannevole, le ambizioni monopolistiche, il loro potere mediatico e, soprattutto, la loro debolezza interna, dovuta all’assenza di una reale forza materiale nel paese. Con lo slogan “Make Iran Great Again”, questo gruppo ha accolto con favore l’operazione imperialista di Trump in Venezuela e ora attende il rapimento dei dirigenti della Repubblica Islamica da parte di sicari statunitensi e israeliani.
Ci sono poi i campisti pseudo-di-sinistra, autoproclamatisi “anti-imperialisti”, che assolvono la dittatura della Repubblica Islamica proiettando su di essa una maschera antimperialista. Mettono in dubbio la legittimità delle proteste sostenendo che “un’insurrezione in queste condizioni non è altro che un gioco sul terreno dell’imperialismo”, poiché leggono l’Iran esclusivamente attraverso la lente del conflitto geopolitico, come se ogni rivolta fosse un progetto orchestrato da Stati Uniti e Israele. Così facendo negano la soggettività politica del popolo iraniano e concedono alla Repubblica islamica un’immunità discorsiva e politica mentre continua a massacrare e reprimere la propria popolazione.
“Arrabbiati contro l’imperialismo” ma “spaventati dalla rivoluzione” – per riprendere la formulazione di Amir Parviz Puyan – la loro postura è una forma di anti-reazionismo reazionario. Arrivano persino a sostenere che non si dovrebbe scrivere delle recenti proteste, uccisioni e repressioni in Iran in nessuna lingua diversa dal persiano negli spazi internazionali, per non offrire un “pretesto” agli imperialisti. Come se, al di là dei persiani, non esistessero altri popoli capaci di destini condivisi, esperienze comuni, connessioni e solidarietà di lotta. Per i campisti non esiste alcun soggetto al di fuori dei governi occidentali, né alcuna realtà sociale al di fuori della geopolitica.
Contro tutti questi nemici, rivendichiamo la legittimità delle proteste, l’intersezione delle oppressioni e la condivisione delle lotte. La corrente monarchica reazionaria si espande nell’estrema destra dell’opposizione iraniana, e la minaccia imperialista contro il popolo iraniano — incluso il pericolo di un intervento straniero — è reale. Ma altrettanto reale è la rabbia popolare, forgiata in oltre quattro decenni di brutale repressione, sfruttamento e “colonialismo interno” dello Stato contro le comunità non persiane.
Non abbiamo altra scelta che affrontare queste contraddizioni per quello che sono. Ciò che vediamo oggi è una forza insorgente che emerge dall’inferno sociale iraniano: persone che rischiano la vita per sopravvivere affrontando frontalmente l’apparato repressivo.
Non abbiamo il diritto di usare il pretesto della minaccia esterna per negare la violenza inflitta a milioni di persone in Iran — né per negare il diritto di sollevarsi contro di essa.
Chi scende in strada è stanco di analisi astratte, semplicistiche e paternalistiche. Chi scende in strada combatte all’interno delle contraddizioni: vive sotto le sanzioni e allo stesso tempo subisce il saccheggio di un’oligarchia interna; teme la guerra e teme la dittatura interna. Ma non si paralizza. Rivendica di essere soggetto attivo del proprio destino — e il suo orizzonte, almeno dal dicembre 2017, non è più la riforma, bensì la caduta della Repubblica islamica.
III. La diffusione della rivolta
Le proteste sono state innescate dal crollo verticale del rial — esplodendo inizialmente tra i commercianti della capitale, in particolare i rivenditori di telefoni cellulari e di computer — ma si sono rapidamente trasformate in un’insurrezione ampia ed eterogenea, che ha coinvolto lavoratori salariati, venditori ambulanti, facchini e lavoratori dei servizi dell’economia di Teheran. La rivolta si è poi spostata rapidamente dalle strade della capitale alle università e ad altre città, in particolare quelle più piccole, che sono diventate l’epicentro di questa ondata di proteste.
Fin dall’inizio, gli slogan hanno preso di mira l’intera Repubblica islamica. Oggi la rivolta è portata avanti soprattutto dai poveri e dagli espropriati: giovani, disoccupati, lavoratori e lavoratrici precarie e studenti.
Alcuni hanno liquidato le proteste sostenendo che esse sono nate nel Bazar (l’economia mercantile di Teheran), spesso percepito come alleato del regime e simbolo del capitalismo commerciale. Le hanno etichettate come “piccolo-borghesi” o “legate al regime”. Questa reazione ricorda le prime risposte al movimento dei Gilet Gialli in Francia nel 2018: poiché la rivolta era emersa al di fuori della “tradizionale” classe operaia e delle reti riconosciute della sinistra, e poiché veicolava slogan contraddittori, molti si affrettarono a liquidarla come reazionaria.
Ma il punto di partenza di un’insurrezione non ne determina l’esito. L’origine non predetermina la traiettoria. Le proteste attuali in Iran avrebbero potuto riaccendersi a partire da qualsiasi scintilla, non solo dal Bazar. Anche qui, ciò che è iniziato nel Bazar si è rapidamente diffuso nei quartieri poveri urbani in tutto il Paese.
IV. La geografia della rivolta
Se nel 2022 il cuore pulsante di “Jin, Jiyan, Azadi” batteva nelle regioni marginalizzate – Kurdistan e Belucistan – oggi le città più piccole dell’ovest e del sud-ovest sono diventate nodi centrali del malcontento: Hamedan, Lorestan, Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad, Kermanshah e Ilam. Le minoranze lor, bakhtiari e lak di queste regioni sono doppiamente schiacciate dal peso delle crisi interne alla Repubblica Islamica: da un lato la pressione delle sanzioni e l’ombra della guerra, dall’altro la repressione etnica e lo sfruttamento, la distruzione ecologica che minaccia le loro vite, in particolare lungo la catena degli Zagros. È la stessa regione in cui Mojahid Korkor – un manifestante lor – è stato giustiziato dalla Repubblica Islamica durante l’insurrezione per Jina/Mahsa Amini, il giorno prima dell’attacco israeliano, e in cui Kian Pirfalak, un bambino di nove anni, è stato ucciso dalle forze di sicurezza durante l’insurrezione del 2022.
Tuttavia, a differenza dell’insurrezione per Jina – che fin dall’inizio si era espansa consapevolmente lungo fratture di sesso, genere ed etniche – nelle proteste recenti l’antagonismo di classe è stato più esplicito e, finora, la loro diffusione ha seguito una logica più marcatamente di massa.
Tra il 28 dicembre e il 4 gennaio 2025, almeno 17 persone sono state uccise dalle forze repressive della Repubblica Islamica con l’uso di munizioni vere e fucili a pallini — la maggior parte lor (in senso ampio, soprattutto in Lorestan e Chaharmahal e Bakhtiari) e curde (in particolare a Ilam e Kermanshah). Centinaia di persone sono state arrestate (almeno 580, di cui almeno 70 minorenni); decine sono rimaste ferite. Con l’avanzare delle proteste, la violenza della polizia è aumentata: il settimo giorno a Ilam, le forze di sicurezza hanno fatto irruzione nell’ospedale Imam Khomeini per arrestare i feriti; a Birjand, hanno attaccato un dormitorio universitario femminile. Il bilancio delle vittime continua a crescere man mano che l’insurrezione si approfondisce, e i numeri reali sono certamente superiori a quelli ufficiali.
La violenza però non è ugualmente distribuita: la repressione è più dura nelle città più piccole, soprattutto nelle comunità marginalizzate e minoritarie che vengono spinte ai margini. Le sanguinose uccisioni a Malekshahi (Ilam) e Jafarabad (Kermanshah) testimoniano questa disparità strutturale di oppressione e repressione.
Il quarto giorno di protesta, il governo — coordinandosi tra le varie istituzioni — ha annunciato chiusure diffuse in 23 province con il pretesto del “freddo” o della “carenza energetica”. In realtà si trattava di un tentativo di spezzare i circuiti attraverso cui la rivolta si sta diffondendo — Bazar, università e strade. Parallelamente, le università hanno spostato sempre più lezioni online per recidere i legami tra gli spazi di resistenza.
V. L’impatto della guerra dei dodici giorni
Dopo la guerra dei dodici giorni, il governo iraniano — nel tentativo di compensare il crollo della propria autorità — ha fatto ricorso in modo ancora più aperto alla violenza. Gli attacchi israeliani contro siti militari e civili iraniani hanno portato ad un’ulteriore militarizzazione e securitizzazione dello spazio politico e sociale, in particolare conducendo una campagna razzista di deportazione di massa degli immigrati afghani. E mentre lo Stato invoca incessantemente la “sicurezza nazionale”, continua ad essere il principale produttore di insicurezza: un’insicurezza che attacca la vita delle persone attraverso un’impennata senza precedenti delle esecuzioni, il maltrattamento sistemico di detenuti e detenute e l’intensificazione dell’insicurezza economica tramite la brutale riduzione dei mezzi di sussistenza.
La guerra dei dodici giorni — seguita dall’inasprimento delle sanzioni statunitensi ed europee e dall’attivazione del meccanismo di snapback del Consiglio di Sicurezza dell’ONU — ha aumentato la pressione sui proventi petroliferi, sul sistema bancario e sul settore finanziario, soffocando l’afflusso di valuta estera e aggravando la crisi di bilancio.
Dal 24 giugno 2025, data della fine della guerra, alla notte del 18 dicembre, quando sono esplose le prime proteste nel Bazar di Teheran, il rial ha perso circa il 40% del suo valore. Non si è trattato di una fluttuazione “naturale” del mercato, ma del risultato combinato dell’escalation delle sanzioni e dello sforzo deliberato della Repubblica islamica di scaricare dall’alto verso il basso gli effetti della crisi attraverso una svalutazione della moneta nazionale.
Le sanzioni devono essere condannate senza riserve. Nell’Iran di oggi, tuttavia, esse operano anche come strumento di potere di classe interno. La valuta estera è sempre più concentrata nelle mani di un’oligarchia militare-securitaria che trae profitto dall’elusione delle sanzioni e dall’intermediazione opaca del petrolio. I proventi delle esportazioni sono di fatto tenuti in ostaggio e immessi nell’economia formale solo in momenti specifici e a tassi manipolati. Anche quando le vendite di petrolio aumentano, i profitti circolano all’interno di istituzioni parastatali e di uno “Stato parallelo” (soprattutto il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica), invece di tradursi nella vita quotidiana delle persone.
Per coprire il deficit prodotto dal calo delle entrate e dai ritorni bloccati, lo Stato ricorre alla rimozione dei sussidi e all’austerità. In questo quadro, il crollo improvviso del rial diventa uno strumento fiscale: forza la valuta “ostaggio” a rientrare in circolazione secondo le condizioni volute dallo Stato e amplia rapidamente le risorse in rial del governo — dal momento che lo Stato stesso è uno dei maggiori detentori di dollari. Il risultato è un’estrazione diretta dai redditi delle classi popolari e medie e il trasferimento dei profitti derivanti dall’elusione delle sanzioni e dalla rendita valutaria a una ristretta minoranza, approfondendo così ulteriormente la divisione di classe, l’instabilità materiale e la rabbia sociale. In altre parole, i costi delle sanzioni sono pagati direttamente dalle classi inferiori e dai ceti medi.
Il collasso della valuta nazionale va dunque inteso come un saccheggio statale organizzato in un’economia segnata dalla guerra e strangolata dalle sanzioni: una manipolazione del tasso di cambio a favore delle reti di intermediazione legate all’oligarchia dominante, al servizio di uno Stato che ha elevato la liberalizzazione neoliberale dei prezzi a dottrina sacra.
I campisti pseudo-di-sinistra riducono la crisi alle sanzioni statunitensi e all’egemonia del dollaro, cancellando il ruolo della classe dominante della Repubblica Islamica come agente attivo di espropriazione e accumulazione finanziarizzata. I campisti di destra, generalmente allineati all’imperialismo occidentale, attribuiscono invece tutta la colpa alla Repubblica Islamica e trattano le sanzioni come irrilevanti. Queste posizioni si rispecchiano a vicenda — e ciascuna riflette interessi molto chiari. Contro entrambe, insistiamo sul riconoscimento dell’intreccio tra saccheggio ed espropriazione globali e locali. Sì, le sanzioni devastano la vita delle persone — attraverso la carenza di medicinali, le carenze all’interno di specifici segmenti industriali, la disoccupazione e i danni psicologici — ma il peso più grosso viene distribuito sulla popolazione, non sull’oligarchia militare-securitaria che accumula immense ricchezze controllando i circuiti informali della valuta e del petrolio.
VI. Le contraddizioni
Nelle strade si sentono slogan contraddittori, che vanno dalle invocazioni per il rovesciamento della Repubblica Islamica agli appelli filomonarchici. Allo stesso tempo, gli studenti scandiscono slogan contro il dispotismo della Repubblica Islamica e contro l’autocrazia monarchica. Gli slogan pro-Shah e pro-Pahlavi riflettono le contraddizioni reali in campo, ma sono anche amplificati e fabbricati attraverso distorsioni mediatiche di destra, inclusa la vergognosa sostituzione delle voci dei manifestanti con slogan monarchici. Il principale responsabile di questa manipolazione mediatica è Iran International, divenuto un megafono della propaganda sionista e monarchica. Il suo bilancio annuale si aggira, secondo quanto riportato, intorno ai 250 milioni di dollari, finanziati da individui e istituzioni legati ai governi di Arabia Saudita e Israele.
Nell’ultimo decennio, la geografia iraniana è diventata un campo di tensione tra due orizzonti socio-politici, mediati da due diversi modelli di organizzazione contro la Repubblica Islamica. Da un lato vi è un’organizzazione sociale concreta e radicata lungo le fratture di classe, genere, sesso ed etnia — visibile soprattutto nelle reti che sono nate durante l’insurrezione Jina del 2022, e che vanno dal carcere di Evin alla diaspora, producendo un’unità senza precedenti tra forze diverse, dalle donne alle minoranze etniche curde e beluci, che si oppongono alla dittatura e che riportano a orizzonti femministi e anticoloniali. Dall’altro lato vi è una mobilitazione populista che viene rappresentata nelle reti televisive satellitari come una sorta di “rivoluzione nazionale”, come una massa omogenea di individui atomizzati. Sostenuta da Israele e dall’Arabia Saudita, questa massa mira alla costruzione di un corpo unico il cui “capo” — il figlio dello Scià deposto — possa essere successivamente inserito dall’esterno, tramite un intervento straniero. Nell’ultimo decennio, i monarchici, armati di un enorme potere mediatico, hanno spinto l’opinione pubblica verso un nazionalismo estremista e razzista, approfondendo ulteriormente le fratture etniche e frammentando l’immaginazione politica dei popoli dell’Iran.
La crescita di questa corrente negli ultimi anni non è il segno di un’“arretratezza” politica delle persone, ma il risultato dell’assenza di una vasta organizzazione e di un potere mediatico di sinistra capaci di produrre un discorso contro-egemonico alternativo — un’assenza dovuta in parte alla repressione e al soffocamento, che ha però lasciato spazio a questo populismo reazionario. In mancanza di una narrazione forte da parte delle forze di sinistra, democratiche e non nazionaliste, anche slogan e ideali universali come libertà, giustizia e maggiori diritti per le donne possono essere facilmente appropriati dai monarchici e rivenduti alla popolazione in vesti apparentemente progressiste che nascondono però un nucleo autoritario. In alcuni casi vengono persino confezionate all’interno di un vocabolario socialista: è precisamente qui che l’estrema destra divora anche il terreno dell’economia politica.
Allo stesso tempo, con l’intensificarsi dell’antagonismo con la Repubblica Islamica, si sono accentuate anche le tensioni tra questi due orizzonti e modelli; oggi la frattura tra di essi è visibile nella distribuzione geografica degli slogan di protesta. Poiché il progetto del “ritorno dei Pahlavi” rappresenta un orizzonte patriarcale fondato su un etno-nazionalismo persiano e su un orientamento profondamente di destra, nei luoghi in cui sono emerse forme di organizzazione operaia e femminista dal basso — come le università e le regioni curde, arabe, beluci, turkmene e turche — gli slogan pro-monarchia sono in larga parte assenti e spesso suscitano reazioni negative. Questa situazione contraddittoria ha prodotto diverse incomprensioni sull’insurrezione recente.
VII. L’orizzonte
L’Iran si trova in un momento storico decisivo. La Repubblica Islamica è in una delle posizioni di maggiore debolezza della sua storia — sul piano internazionale, dopo il 7 ottobre 2023 e l’indebolimento del cosiddetto “Asse della Resistenza”, e sul piano interno, dopo anni di insurrezioni e sollevazioni ripetute. Il futuro di questa nuova ondata resta incerto, ma l’ampiezza della crisi e la profondità dell’insoddisfazione popolare garantiscono che una nuova esplosione di proteste può verificarsi in qualsiasi momento. Anche se l’insurrezione attuale dovesse essere repressa, essa ritornerà. In questa congiuntura, qualsiasi intervento militare o imperialista non può che indebolire la lotta dal basso e rafforzare la mano della Repubblica Islamica nella repressione.
Nell’ultimo decennio, la società iraniana ha reinventato l’azione politica collettiva dal basso. Dal Belucistan e dal Kurdistan durante l’insurrezione per Jina, alle città più piccole del Lorestan e di Isfahan nell’attuale ondata di proteste, l’azione politica — priva di qualsiasi rappresentanza ufficiale dall’alto — si è spostata nelle strade, nei comitati di sciopero e nelle reti locali informali. Nonostante la brutale repressione, queste capacità e connessioni restano vive nella società; la loro possibilità di riemergere e cristallizzarsi in potere politico persiste. Ma l’accumulazione della rabbia non è l’unico fattore che ne determinerà la continuità e la direzione. Decisiva sarà anche la possibilità di costruire un orizzonte politico indipendente e una reale alternativa.
Questo orizzonte affronta due minacce parallele. Da un lato, può essere appropriato o marginalizzato da forze di destra che hanno base all’estero, che strumentalizzano la sofferenza delle persone per giustificare sanzioni, guerra o interventi militari. Dall’altro lato, da segmenti della classe dominante — sia appartenenti alle fazioni militari-securitarie sia agli attuali riformisti — che lavorano dietro le quinte per presentarsi all’Occidente come un’opzione “più razionale”, “meno costosa”, “più affidabile”: un’alternativa interna alla Repubblica Islamica, non per rompere davvero con l’ordine del dominio esistente, ma per riconfigurarlo sotto un altro volto. (Donald Trump punta a fare qualcosa di simile in Venezuela, piegando elementi del governo al proprio volere anziché provocare un vero cambiamento di regime). È un freddo calcolo interno alla gestione della crisi: contenere la rabbia sociale, ricalibrare le tensioni con le potenze globali e riprodurre un ordine in cui ai popoli è negata l’autodeterminazione.
Contro entrambe queste correnti, la rinascita di una politica internazionalista di liberazione è più necessaria che mai. Non si tratta di una “terza via” astratta, ma dell’impegno a porre le lotte delle persone al centro dell’analisi e dell’azione: organizzazione dal basso invece di copioni scritti dall’alto da leader auto-proclamati, o di false opposizioni costruite dall’esterno. Oggi l’internazionalismo significa tenere insieme il diritto dei popoli all’autodeterminazione e l’obbligo di combattere tutte le forme di dominio — interne ed esterne. Un vero blocco internazionalista deve essere costruito a partire dall’esperienza vissuta, da solidarietà concrete e da capacità indipendenti.
Ciò richiede la partecipazione attiva di forze della sinistra, femministe, anticoloniali, ecologiste e democratiche nella costruzione di un’ampia organizzazione di classe all’interno dell’ondata di proteste — sia per riappropriarsi della vita sia per aprire orizzonti alternativi di riproduzione sociale. Al tempo stesso, questa organizzazione deve collocarsi in continuità con l’orizzonte di liberazione delle lotte precedenti, in particolare con il movimento “Jin, Jiyan, Azadi”, la cui energia conserva ancora il potenziale di destabilizzare simultaneamente i discorsi della Repubblica Islamica, dei monarchici, del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e di quegli ex riformisti che oggi sognano una transizione controllata e una reintegrazione nei cicli di accumulazione statunitensi e israeliani nella regione.
Questo è anche un momento decisivo per la diaspora iraniana: essa può contribuire a ridefinire una politica di liberazione, oppure può riprodurre l’esausto binarismo tra “dispotismo interno” e “intervento straniero”, prolungando così l’impasse politica. In questo contesto, è necessario che le forze della diaspora compiano passi verso la formazione di un vero blocco politico internazionalista — capace di tracciare linee nette contro il dispotismo interno e contro il dominio imperialista. Questa posizione lega l’opposizione all’intervento imperialista a una rottura esplicita con la Repubblica Islamica, rifiutando qualsiasi giustificazione della repressione in nome della lotta contro un nemico esterno.
Fonte: Le proteste in Iran sotto l’assedio di nemici interni ed esterni – ∫connessioniprecarie
Roja – 9 Gennaio,2026

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