di Gianis Varoufakis

Ho passato decenni ad analizzare come funzionano gli imperi, come si espandono, come si giustificano, come convincono i propri cittadini che il loro potere sia naturale, quasi inevitabile.
Credevo sinceramente che nulla potesse più sorprendermi.
Pensavo di aver visto tutte le possibili varianti dell’ascesa e del declino del potere globale.
Eppure, poche settimane fa, qualcosa mi ha costretto a rivedere una delle ipotesi più profonde della politica statunitense.
Non è successo in Europa, né in Asia, ma nei Caraibi. Quando navi da guerra russe sono comparse davanti alle coste del Venezuela, la reazione a Washington è stata immediata e prevedibile: provocazione, minaccia, attività destabilizzante.
I titoli dei giornali si sono allineati quasi automaticamente, ma quella reazione familiare nascondeva qualcosa di molto più importante. Quello che stava accadendo non era un atto di aggressione, ma una risposta non a un evento recente, bensì a una serie di decisioni accumulate nel corso di oltre trent’anni.
Per due secoli, gli Stati Uniti hanno operato sotto una certezza incrollabile: l’emisfero occidentale era la loro sfera esclusiva di influenza, una supposizione così profondamente radicata da non essere più messa in discussione.
Quella certezza aveva un nome: la Dottrina Monroe. Per generazioni ha funzionato non perché fosse giusta o legittima, ma perché era sostenuta da un potere reale.
Quello che abbiamo visto in quelle acque non è stato un semplice esercizio navale, ma il momento in cui quella supposizione ha smesso di reggere, non con una dichiarazione formale, né con una confrontazione diretta, ma con un gesto silenzioso, calcolato, quasi clinico. E ciò che è veramente inquietante non è che la Russia lo abbia fatto, ma che, passo dopo passo, siamo stati noi stessi a creare le condizioni perché accadesse.
Per capire perché quelle navi si siano trovate nei Caraibi, bisogna tornare al 1991, non come data simbolica, ma come istante in cui Washington ha confuso una vittoria con una legge naturale. Quando l’Unione Sovietica si disintegrò, gli Stati Uniti rimasero soli al vertice. Non era solo superiorità militare, ma controllo delle istituzioni finanziarie, dell’architettura commerciale, della narrativa culturale e della legittimità di ciò che era considerato normale.
E invece di considerare quel momento per quello che era, una finestra storica breve e pericolosa, lo interpretarono come destino.
Da qui nacque l’idea che sedusse un’intera generazione di élite: la “fine della storia”. Non la discuterò come teoria accademica, ma come stato mentale, perché quella frase funzionava come un narcotico: diceva ai responsabili della politica estera che non esistevano più rivali strutturali, solo Paesi arretrati che prima o poi si sarebbero allineati. Qualsiasi resistenza era un ritardo temporaneo, non un vero conflitto. E dunque non c’era bisogno di negoziare un equilibrio: bastava amministrare la transizione del mondo secondo il nostro modello di vita.
Dopo la Guerra Fredda, esisteva un’opzione strategica diversa: costruire una sicurezza condivisa che includesse la Russia, riconoscendo la sua memoria storica e la sua ossessione – giustificata o meno – per le invasioni dall’ovest.
Si sarebbe potuta trasformare una rivalità storica in un quadro cooperativo, non per generosità, ma per interesse.
Ma si scelse un’altra strada.
Si scelse di espandere la nostra sfera di influenza come se fosse un obbligo morale, trattando la fragilità russa come un’opportunità anziché come un avvertimento.
Si consolidarono istituzioni create per contenere un nemico ormai scomparso, spostandole gradualmente verso il territorio psicologico di un Paese umiliato.
In politica internazionale, l’umiliazione non scompare: si accumula, diventa carburante e qualcuno prima o poi la utilizza.
Ciò che è accaduto decenni dopo nei Caraibi nasce da quell’arroganza postbellica, dalla certezza che il potere statunitense fosse permanente e che il resto del mondo, prima o poi, avrebbe dovuto accettarlo.
Dopo il 1991, Washington presentava ogni sua mossa come una decisione tecnica, quasi amministrativa. L’espansione della NATO non era diretta contro nessuno, ma semplicemente un’estensione naturale di uno spazio di stabilità e valori condivisi.
Un processo benigno, inevitabile.
Ma in politica internazionale conta meno come ti descrivi e più come ti percepiscono gli altri.
George Kennan lo capì con chiarezza scomoda: non era idealista né ingenuo pacifista, era l’architetto della contenimento e conosceva profondamente la psicologia strategica russa.
E fu per questo che avvertì: spingere la NATO verso est sarebbe stato un errore storico.
Non perché la Russia fosse virtuosa, ma perché reagirebbe come tutti gli stati che sentono ridursi il proprio spazio vitale.
Washington ignorò l’avvertimento.
Prima Polonia, poi Ungheria e Repubblica Ceca, più tardi Paesi baltici, Bulgaria e Romania. Ogni nuova adesione veniva celebrata come vittoria della democrazia, ma per Mosca si trattava di infrastrutture militari in avvicinamento.
La politica estera statunitense commise allora un errore comune agli imperi sicuri di sé: confondere debolezza altrui con consenso.
La crisi economica, la disgregazione istituzionale e la perdita di status della Russia furono interpretate come permesso di avanzare senza conseguenze.
Il momento decisivo arrivò nel 2008 a Bucarest, quando la NATO dichiarò che Ucraina e Georgia sarebbero diventate membri in futuro.
Ucraina non è un vicino qualsiasi per la Russia: è un asse storico, culturale e strategico.
Pensare a sistemi militari occidentali a poche centinaia di chilometri da Mosca non era un’astrazione, ma una minaccia diretta.
Da allora qualsiasi illusione di neutralità scomparve e l’espansione divenne inequivocabile.
Mentre Washington applicava questa logica in Europa dell’Est, con una strategia simile nel proprio emisfero, il caso Venezuela mostrava la fragilità della dottrina Monroe.
Quando Hugo Chávez arrivò al potere nel 1999, non rappresentava una minaccia militare, ma alterava la logica economica attesa.
Decise che il petrolio venezuelano servisse prioritariamente ai venezuelani, rafforzò lo Stato e parlò di sovranità energetica e integrazione regionale senza tutela esterna.
Da allora, il copione fu chiaro: prima avvertimenti diplomatici e paternalistici, poi pressioni economiche e finanziarie, fino a un golpe sostenuto nel 2002, fallito ma con un impatto profondo.
Con Nicolás Maduro, la strategia statunitense divenne più esplicita e brutale: sanzioni selettive trasformate in asfissia totale, congelamento di asset e restrizioni commerciali, con l’obiettivo di far collassare lo Stato dall’interno.
Ma il risultato atteso non arrivò: il governo non cadde, lo Stato non si disgregò, le forze armate rimasero compatte.
La pressione esterna consolidò invece la resistenza interna, spingendo il Venezuela a cercare sostegno strategico da partner al di fuori del sistema controllato dagli Stati Uniti. La Russia non intervenne per ideologia o nostalgia sovietica, ma perché il terreno era pronto: un Paese sottoposto a sanzioni, escluso dal sistema finanziario occidentale, con enormi riserve di petrolio e bisogno urgente di partner affidabili.
Il sostegno russo fu graduale: investimenti energetici, assistenza tecnica, cooperazione in sicurezza, fino alla presenza navale.
Ogni passo era calcolato, non emotivo, non per guerra immediata, ma come impegno a lungo termine.
Quando le navi russe arrivarono nei Caraibi, non violavano regole scritte, ma dimostravano che quelle regole avevano perso sostegno materiale. Non cercavano confronto diretto, ma conferma di un fatto: l’emisfero occidentale non è più uno spazio chiuso.
Gli Stati Uniti mantengono circa 800 basi in oltre 70 Paesi, flotta e spesa militare senza precedenti. Eppure, quando la Russia muove poche navi nei Caraibi, diventa subito minaccia e provocazione. La simmetria scompare, il doppio standard è evidente: ciò che chiamiamo sicurezza collettiva, altri lo chiamano espansionismo.
La morale selettiva è chiara, e il resto del mondo osserva e agisce di conseguenza.
Ciò che accade oggi non è l’apparizione di nuovi nemici né il crollo improvviso di un sistema stabile, ma l’esito prevedibile della sovraestensione imperiale. La coercizione genera resistenza, e la resistenza trova alleati.
Gli imperi raramente cadono per invasione esterna: cadono perché credono di non dover più ascoltare, adattarsi o rispettare limiti.
Le navi russe davanti al Venezuela non annunciano un nuovo impero, ma la fine dell’illusione che un solo Paese possa governare il mondo senza conseguenze.
Gianīs Varoufakīs, già ministro delle finanze greco e promotore del Movimento per la democrazia in Europa 2025 (DiEM25)
Fonte: pagina Facebook di “Europe for Peace”, 18 Dicembre 2025

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