ANCHE IN IRAN SOLDI E PETROLIO
PROTESTE E RETORICA: IN PIAZZA IL TIMORE DI INGERENZE STRANIERE PIÙ FORTE DEL MALCONTENTO
di Elena Basile

E’ abbastanza impressionante rendersi conto di come lo spazio politico mediatico occidentale assomigli a una caricatura di un film surrealista.
Netanyahu, considerato criminale di guerra dalla CPI e autore del genocidio palestinese da parte del tribunale principale dell’ONU, la Corte Internazionale di giustizia, si rivolge ai cittadini iraniani chiedendo loro di riempire le piazze e riguadagnare la propria libertà.
Trump, complice del genocidio e le cui misure di politica interna stanno minacciando i residui di democrazia formale e liberale esistenti nel Paese, gli fa eco in una battaglia per i diritti umani iraniani. Se ci saranno morti dovuti alla repressione delle manifestazioni allora la l’egemone benevolo bombarderà l’Iran. Cerchiamo di fare luce su questa ennesima operazione di manipolazione dell’opinione pubblica.
La situazione economica in Iran è terribilmente peggiorata. Il Paese su scala mondiale al terzo posto per riserve petrolifere e al secondo per il gas, una superpotenza energetica, che ancora nel 2023 aveva un tasso di crescita del 5%, registra dati preoccupanti: inflazione al 45/50%, disoccupazione al 9%, crescita all’1%, impoverimento del ceto medio, aumento straordinario della povertà. Da decenni la popolazione iraniana è martoriata dalla guerra economica occidentale, dall’isolamento politico voluto dall’impero americano, dagli attacchi terroristici di Israele contro la leadership iraniana e gli scienziati coinvolti nel programma nucleare.
Nella guerra dei dodici giorni lo scorso giugno, mentre erano in corso i negoziati sul programma nucleare, Netanyahu ha bombardato le abitazioni di uomini di scienza, facendo strage delle loro famiglie e del vicinato.
La guerra politico – economica di USA, Israele e UE all’Iran è mascherata dalla solita melensa propaganda.
Si combatterebbe il regime degli Ayatollah per ripristinare la democrazia, e si colpirebbe un Paese reo di ricercare l’arricchimento dell’uranio a fini bellici.
L’Iran ha una Costituzione creata nel 1979 (emendata nel 1989) che ha instaurato una repubblica islamica dopo una rivoluzione scoppiata grazie a forze politiche di sinistra e religiose e a un malcontento diffuso contro la dittatura dello scià
supportato dagli americani.
Il colpo di stato del 1953 contro il Primo Ministro Mossadeq che aveva avuto l’ardire di difendere l’industria petrolifera iraniana, assicura grazie allo scià Reza Pahlavi, il 40% delle “royalties” agli americani.
Dopo pochi anni Washington permette a Teheran di iniziare un programma nucleare.
Alla metà degli anni ottanta Teheran dichiara di voler riprendere il programma, sospeso dopo la rivoluzione del 1979, rispettando gli impegni del Trattato di non proliferazione nucleare, nato nel 1968, basato su tre principi: disarmo, non proliferazione, utilizzo del nucleare a fini civili.
L’Iran ha una popolazione di 92 milioni di abitanti, la produzione di elettricità grazie all’energia nucleare è una condizione essenziale al suo sviluppo economico.
Le tensioni con l’Occidente si rafforzano, la guerra economica tramite le sanzioni si modula sugli interlocutori che vanno al potere in Iran, nella dialettica presente tra conservatori e riformisti che il sistema di governance basato sulla riconciliazione del potere teocratico di Khamenei e del Consiglio dei guardiani con quello laico del Presidente e del Parlamento eletti a suffragio universale, permette.
Alla relativa distensione con il leader dei riformisti Kathami ( 1997/99, 2003/2005) fa seguito la ripresa della guerra economica nel 2005 col provocatore conservatore Ahmadinejahd.
Il declino economico e politico del Paese è rafforzato dalla miope politica occidentale. Bisognerà aspettare l’elezione di un fine diplomatico come Rouhani nel 2013 affinchè sia possibile il trionfo diplomatico costituito dall’accordo sul nucleare col quale il Paese si impegna a un arricchimento dell’uranio a fini civili del 3,68% , si sottomette alle ispezioni dell’AIEA ottenendo in cambio la sospensione delle sanzioni.
Nel 2018 Trump esce dall’accordo sul nucleare invocando mai provate inadempienze iraniane.
La nuova politica occidentale, ribadita in questi giorni da Netanyahu, non concede all’Iran la ripresa dell’arricchimento dell’Uranio neanche a scopi civili, riprende, grazie alla complicità dell’E3 e di tutta la UE, le più dure sanzioni ONU, non cerca alcun compromesso, schiacciando economicamente il Paese e inseguendo un improbabile cambio di regime.
Le manifestazioni di questi giorni dovute all’inflazione vertiginosa, fomentate anche da elementi esterni, non rappresentano l’emergere di una opposizione politica.
La resistenza pro-scià, sostenuta da Washington e il MEK, ricollocato in Albania, hanno poco seguito in Iran.
In caso di un nuovo attacco israelo-americano, la società civile per un elementare patriottismo si ricompatterà intorno al potere politico sebbene impopolare.
Fonti:
testo originale integrale di Elena Basile;
da “Il Fatto Quotidiano” , Mercoledì 7 Gennaio 2026

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