Pubblichiamo l’editoriale de L’Interferenza che descrive la situazione di crisi e il link dell’intervista a Francesco Dall’Aglio per Il Contesto.
Le verità di Lavrov
Norberto Fragiacomo • 20 Febbraio 2026
Qualche giorno fa Francesco Dall’Aglio, acuto osservatore delle vicende dell’Europa orientale e in special modo del conflitto russo-ucraino, ha voluto interrogarsi sulla plausibilità di un contrasto intervenuto tra Vladimir Putin e il suo ministro degli Esteri Sergej Lavrov, il quale in un intervento assai polemico accusava Trump, cioè gli Stati Uniti, di aver tradito lo spirito di Anchorage, e in sostanza di slealtà nei confronti della Russia: mentre la Federazione – questa la tesi del ministro – ha rispettato gli accordi presi in Alaska, facendo ampie concessioni alle controparti, gli Stati Uniti avrebbero mantenuto un atteggiamento ostile nei confronti di Mosca, di cui vengono presentate numerose prove.
Il commento di Dall’Aglio è ironico nei toni, ma assai serio sotto il profilo dei contenuti: a un certo punto egli si chiede se Presidente e ministro non si siano per così dire scambiati i ruoli, e Lavrov (di cui si adombra addirittura un’improbabile caduta in disgrazia) non abbia inteso esplicitare una critica, peraltro non isolata, a un Putin che si starebbe rivelando fin troppo morbido e addirittura remissivo nei confronti dell’interlocutore. La chiusa del ragionamento introduce un parallelismo tra la situazione attuale e quella verificatasi al crepuscolo dell’URSS, tra lo “spirito di Reykjavik” e quello di Anchorage: possibile che un uomo scaltro e disincantato quale è Putin possa lasciarsi abbindolare come un Gorbaciov qualunque?
Il Presidente russo non sarebbe lusingato dal paragone, questo è certo, anche perché una sopravvenuta arrendevolezza equivarrebbe a una tardiva sconfessione di tutto il suo operato precedente e in primis proprio della scelta, arrischiata e tutt’altro che facile, di accettare la sfida occidentale invadendo l’Ucraina – e questo malgrado 4 anni di una guerra cronicizzata dalle forniture di armi e dall’intransigenza delle potenze occidentali dimostrino che quell’azzardo non aveva praticamente alternative, eccezion fatta per una resa a discrezione.
Ora, sebbene Napoleone ci abbia con garbo ammonito che non esistono al mondo persone insostituibili – se non altro perché abbiamo tutti una data di scadenza – Lavrov resta uno dei migliori diplomatici sulla piazza, capace all’occorrenza di battute sferzanti (come ben sa l’ex ministro Di Maio) ma nient’affatto incline a parlare a vanvera. Il suo J’accuse rivolto a Trump non è un “fallo di frustrazione” o un messaggio propagandistico: lo definirei piuttosto una constatazione, giacché nei mesi scorsi non soltanto gli Stati Uniti non hanno allentato le sanzioni contro la Russia, ma le hanno addirittura irrigidite e, come testimonia il recente invito/monito all’India (che, si noti, è Paese fondatore dei BRICS) a non acquistare più petrolio russo, sembrano tutt’altro che ben disposti nei confronti della Federazione. Sempre restando su questo piano abbiamo assistito di recente all’assai scenografico abbordaggio da parte americana di una petroliera battente bandiera russa; inoltre, gli Stati Uniti seguitano senza clamori a foraggiare l’Ucraina sia direttamente garantendo un supporto di intelligence – l’eclissi selettiva di Starlink è emblematica – che indirettamente, cedendo armamenti per interposta Europa, che li paga cari con i nostri soldi. Inoltre – ed è questo il dato forse più preoccupante per Mosca – gli USA stanno agendo con risolutezza contro i principali partner e alleati della Russia, come già fecero negli anni ’90: abbiamo visto cos’e successo in Venezuela, Cuba è oggi strozzata economicamente e sull’Iran grava la minaccia di un attacco proditorio che Trump vorrebbe risolutivo. La condotta è quella di un antagonista e di un baro, non di un potenziale partner; quindi, Lavrov ha semplicemente descritto le cose come stanno, senza inventarsi nulla né proponendo interpretazioni maliziose. Si è più volte rilevato che ciò che differenzia il comportamento e le parole di Trump da quelli dei predecessori è il bando all’ipocrisia, la cui assenza è compensata da un surplus di brutalità, ma questa conclusione andrebbe rimeditata: forse siamo di fronte a un altro genere di ipocrisia, che fa a meno di un moralismo d’accatto per ricorrere a meccanismi manipolatori persino più subdoli.
Biden e Obama (solamente gli ultimi nomi di una lista interminabile) nobilitavano criminali aggressioni militari ed imperialismo economico mascherandoli con il belletto della democrazia e dei diritti, Trump si gabella per uomo di pace – e reclama pure un Nobel svalutato – ma la pace che lui auspica è quella imposta al vinto dal vincitore, cioè il deserto citato da Calgaco nell’Agricola tacitiano. Gli scopi della sua azione diventano di giorno in giorno più chiari: 1) frantumare l’organizzazione dei Brics ancora in fase di consolidamento prima che si erga ad alleanza politico-militare, 2) appaltare la guerra contro la Russia agli alleati-sudditi europei in modo da 3) isolare l’unico paese percepito come reale competitore strategico: la Cina, con cui a quel punto si potranno regolare definitivamente i conti. Nell’apparente follia di Trump c’è insomma parecchio metodo (mi riferisco alla politica estera: quella interna è incomprensibile a chi non abbia familiarità con usi e costumi statunitensi) e le dichiarazioni di voler porre fine alla guerra in Ucraina sono verosimilmente una cortina fumogena.
In fondo, Mosca avrebbe preferito un nemico palese ma prevedibile come Biden a un finto amico che non smette di tramare insidie nell’ombra e le cui mosse sono difficilissime da pronosticare. Investendo smisuratamente, come ama dire Alessandro Orsini, sull’avventura ucraina la Russia di Putin ha messo in discussione con fermezza l’unipolarismo statunitense – se però adesso abdicasse alla responsabilità volontariamente assunta e si tirasse indietro perderebbe qualsiasi credibilità a livello internazionale e in particolar modo presso i paesi Brics.
Per citare il buon Marx “hic Rhodus hic salta” o, se optiamo per un linguaggio da bar, hai voluto la bicicletta e ora pedala: la retromarcia non c’è. Ovviamente mutatis mutandis lo stesso ragionamento vale per la Cina, che non è storicamente una potenza impulsiva e bellicosa, ma alla quale la scioccante esperienza delle guerre dell’oppio ha insegnato che l’Occidente è suprematista, avido e fedifrago, e non tollera la presenza di rivali, spavaldi o guardinghi che siano. Gli Stati Uniti d’America sono disposti a tutto pur di conservare il proprio predominio sul mondo e mal sopportano l’esistenza di sfidanti, per quanto potenziali o simbolici (il caso dell’inerme Cuba è illuminante, oltre che allucinante), pertanto Cina e Russia sono di fronte a un bivio: se non si risolvono a resistere sulle loro posizioni, rischiando anche un’escalation militare, si espongono a pericoli in prospettiva perfino maggiori.
Non sto sentenziando che la ragione sta dalla loro parte – rilevo semplicemente che con l’Occidente attuale si può convivere, e a malapena, solo se non si coltivano ambizioni di sorta.
Quanto all’Europa, il suo asservimento e la connivenza con gli Stati Uniti si evidenziano ogni giorno di più: vale la pena citare le vergognose accuse di antisemitismo rivolte a Francesca Albanese, di cui un carneade macroniano ha spudoratamente falsificato le frasi, spacciando una motivatissima accusa contro il sistema politico-economico-mediatico occidentale, colpevole di aver agevolato il genocidio dei palestinesi, per un attacco agli ebrei – dopo la manipolazione, “nemico dell’umanità” non è più questo cinico sistema capitalista, ma lo Stato d’Israele, ed anzi i suoi cittadini (che non coincidono comunque con il mondo ebraico nel suo complesso). Tajani si è immediatamente accodato al ministro d’oltralpe, ma la cosa non stupisce, visto che da due anni e mezzo il governo della colonia Italia è un volonteroso complice dello sterminio sionista.
Non è il ministro Lavrov, insomma, a parlare con lingua biforcuta, ma il totalitarismo di casa nostra, che eleva la menzogna a verità, chiama pace la guerra e, sfacciato più che mai, pretende di imporre la tregua olimpica a chi è stato bandito dai giochi.
D’altra parte, con la sinistra vicenda Epstein (e la sua gestione, improntata alla reticenza) l’Occidente contemporaneo ha scattato un selfie rivelatore, che mette letteralmente a nudo etica, inclinazioni e valori della nostra classe padrona.


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