Gen 2, 2026 | Articoli, In evidenza

LET­TONIA, LA DEMOCRAZIA CHE TAGLIA LA LINGUA AL 40% DEL PAESE

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Quando ti magnificano la democrazia UE e la sua inclusività, soppesa questo suono di fanfare con una novità che entra in vigore ora nel nuovo anno 2026.
Immagina di vivere in un Paese dove quasi una persona su due parla una certa lingua fin da sempre. È la lingua usata in famiglia, per strada, al mercato, tra amici.
È la lingua in cui si pensa e si ricordano le cose importanti.
A un certo punto però lo Stato decide che quella lingua deve sparire dagli spazi pubblici: non la si studia più a scuola, non la si sente più nei media pubblici, i libri diventano per legge molto più cari e più difficili da trovare.
Questo sta accadendo in Lettonia, dove il russo non è una lingua marginale.
È parlata da circa il 40% della popolazione e, in luoghi come Riga, la capitale, addirittura da più della metà delle persone. Non si tratta di visitatori o di comunità isolate, ma di cittadini che vivono lì da generazioni, anche se una parte di loro viene umiliata da decenni con uno status di non-cittadini che viene persino stampato sul passaporto.
Qualche personaggio con 64 denti ipocriti come quelli della Ursula o della Kaja sfoggerà un bel sorriso passivo-aggressivo per dire che nessuno vieta di parlare russo nella vita privata.
Ed è vero.
Ma le lingue non vivono solo nelle case.
Vivono nella scuola, nei libri, nella televisione, nei luoghi condivisi.
Quando una lingua viene tolta da questi spazi, non viene proibita: viene lentamente spinta ai margini.
Resta, ma come qualcosa di tollerato, non più riconosciuto.
Lo abbiamo visto con le lingue tagliate anche dallo Stato italiano.
Il punto più delicato è quando tutto questo viene giustificato con la “sicurezza nazionale”.
In quel momento una lingua smette di essere un semplice strumento per parlare e diventa un sospetto.
Chi la usa viene visto come qualcuno da controllare, non come una parte normale della comunità.
La responsabilità di eventi politici lontani viene fatta scivolare, in modo silenzioso ma inesorabile su persone comuni.
Uno Stato dovrebbe tenere insieme ciò che esiste già, non separarlo.
Quando una lingua parlata da una parte enorme della popolazione viene trattata come un problema da ridurre, il messaggio è chiaro: non tutti appartengono allo stesso modo.
E questa frattura, anche se presentata con i soliti trucchi dell’Europeismo Reale, cioè come una questione “tecnica” o “necessaria”, lascia segni profondi che durano molto più a lungo delle decisioni che l’hanno prodotta.
È un altro tassello vergognoso di questo tempo.
Il Partito del Riarmo tace, e con esso tacciono quasi tutti i giornali, impegnati a non disturbare il clima di mobilitazione permanente che cresce sotto i nostri occhi.
Così ai cittadini viene sottratta una cosa essenziale: la possibilità di capire davvero che cosa si sta cucinando nei pestilenziali fornelli del revanscismo baltico che alimenta il centro della politica estera europea, e quanto questa pietanza velenosa stia già prendendo forma.

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